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Auro Palomba: “La Borsa senza primavera”

12 Apr , 1992  

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Si riapre la partita sull'azionariato Ambroveneto, l'analisi di Auro Palomba

L'effetto lungo di Wall Street ha consentito a Piazza Affari di chiudere l'ultima settimana del ciclo di aprile appena al di sopra del minimo annuale. Gli operatori non se ne sono comunque rallegrati più di tanto, poiché il piccolo rialzo di venerdì ha tutta l'aria di essere unicamente un movimento tecnico su cui fare poco affidamento.

La situazione politica ed economica del nostro paese non invoglio infatti l'investimento in Borsa, e dunque gli intermediari esteri stanno per ora alla finestra, preferendo dirottare i capitali alternativamente su New York e Tokyo, dove fare trading è più remunerativo. D'altronde i dati parlano chiaro: con l'eccezione proprio del Kabuto-Cho, immerso in questo momento in una profondissima crisi, la Borsa di Milano ha l'indice Comit appena sopra i 500 punti, e il Mib a quota 985, dunque ben al di sotto del livello di inizio anno. Se si tiene conto che nel maggio '86 il Comit valeva 900 punti, risulta subito evidente che Piazza Affari è in uno stato di salute precario. Se in più a queste difficoltà strutturali si unisce una serie di problemi legati alle Sim, la maggior parte delle quali prevede due bilanci consecutivi in "rosso", e problemi di mercato, il quadro che ne esce non è certo roseo. A tenere sulle spine gli operatori in questi giorni è in particolare il caso Fidifin, la finanziaria di proprietà di Giuseppe Gennari, denunciata dalla Consob anche per la violazione della legge sulle Sim. Se si sommano anche la richiesta di fallimento, e l'ipotesi di Insider trading per il finanziare che un paio di mesi fa convocò una conferenza stampa per annunciare l'acquisizione della Banca Nazionale dell'Agricoltura, come si vede, il futuro si presenta problematico. Anche in questo caso, però, la Fidifin si prospetta la possibilità dell'intervento di un "cavaliere bianco", identificabile nel Monte dei Paschi di Siena, che starebbe tentando di riunire le banche che vantano crediti nei confronti di Gennari per elaborare la strategia comune. Il Montepaschi è creditore per complessivi 85 miliardi, su 555 di debito della Fidifin, distribuiti fra clientela (415) e banche (i rimanenti 140). Restando in tema di istituti di credito, un'altra grossa partita si sta giocando in questo momento sulla più grossa banca privata italiana (primato strappato giusto alla Bna), ovvero l'Ambroveneto. Le ipotesi circolate con insistenza nei giorni scorsi, e che vogliono il progressivo abbandono delle bache popolari venete a favore dei francesi del Crédit Agricole, sono state confutate ieri dal presidente dell'Ambroveneto, Giovanni Bazolì, dopo l'assemblea della Banca Popolare di Brescia tenutasi ieri mattina. Bazoli ha detto che al momento "nessuna procedura formale fra quelle previste dal patto di sindacato è stata attivata e non è arrivata alcuna comunicazione formale". Il presidente dell'Ambroveneto ha aggiunto che "si fanno sempre un passo avanti e due indietro: ogni volta emergono indicazioni in questo senso, ma poi non succede niente. Anche adesso sta accadendo questo: ci sono indicazioni per un disimpegno che provengono da qualche personaggio singolo, ma poi tutti dicono che decideranno insieme e nessuna volontà comune è stata ancora espressa". Bazoli ha poi bollato come "pura ipotesi" la disponibilità espressa dal direttore generale del Crédit Agricole ad un aumento di partecipazione nella banca privata italiana: "Il direttore generale dell'Agricole si è limitato a dire che, se si ponesse il problema dell'abbandono da parte delle popolari venete, loro potrebbero considerare l'ipotesi di un intervento. D'altra parte, prima dell'assemblea che dovrà nominare gli amministratori, ci sarà sempre una riunione del patto di sindacato, e posso garantire che il problema della stabilità dell'azionariato non è all'ordine del giorno. Quanto al fermento che avete notato tutti sul titolo, è nato da un notevole interessamento degli investitori istituzionali, compresi alcuni fondi esteri, che hanno preso a comprare dopo la diffusione dei dati del bilancio consolidato", che hanno visto un utile netto in crescita del 20%. Comunque appare certo che il legame fra gli azionisti "milanesi" e quelli veneti dell'Ambroveneto va sempre più sciogliendosi. Già appena dopo la fusione le popolari avevano lamentato una loro mancanza di influenza nella gestione dell'istituto, mentre il Crédit Agricole si era subito posto in modo antagonistico nei confronti di Gemina e delle Generali, e ha mantenuto la condotta fino ad adesso.

FONTE: Il Messaggero
AUTORE: Auro Palomba


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